Cambio Euro Dollaro

Rischio cambio e valuta estera. Facendo alcune valutazioni tra invitanti investimenti denominati in valuta estera ed in particolare sul dollaro americano, certamente ad un certo punto nei tuoi ragionamenti avrai certamente pensato “Beh interessante, rimane però il problema del rischio cambio… E se il dollaro americano si indebolisce nei confronti dell’euro? parte del guadagno potrei lasciarla in giro”. Questa riflessione è parzialmente vera. Mi occupo infatti di poter aiutare i clienti a trovare la scelta ottimale rispetto alla gestione del proprio patrimonio sia finanziario che non finanziario. Ci sono naturalmente delle caratteristiche di cui dobbiamo tenere conto ed in particolare bisogna entrare nell’ordine di idee di valutare un investimento dalle caratteristiche pluriennali e quindi non di operazioni mordi e fuggi. Secondo aspetto è che proprio perché stiamo considerando un investimento in valuta estera, l’orizzonte temporale non può essere breve e capiremo tra un po’ per quale motivo.

Rischio cambio: cosa considerare negli investimenti?

Per fare in modo che il rischio cambio sia notevolmente ridotto, bisogna puntare su investimenti il cui rendimento è interessante ovvero che abbiano la capacità di generare un tasso di interesse importante nell’ordine del 9%-10% su base annua. Ti starai certamente chiedendo se esistono e quali sono questi investimenti. La risposta è che esistono sia in campo finanziario che in campo non finanziario. Nell’ambito finanziario oggi il mercato non concede molte opportunità. Se cerchiamo fra gli strumenti quotati scopriamo che ci sono alcune obbligazioni a lunga scadenza che offrono questi rendimenti. Naturalmente, come ben saprai, in finanza non esistono pasti gratis pertanto ti devi assumere un rischio insolvenza ovvero fallimento dell’emittente non proprio trascurabile. Infatti ci sono delle obbligazioni del Venezuela o dell’Argentina che ti offrono questi rendimenti con cui potresti ridurre il rischio cambio.  Cosa? Ho sentito bene? Non ti interessa? Stai pensando che sono diventato matto? No assolutamente! E sono pienamente d’accordo con te. Non si può prendere esposizione su quei titoli come singolo risparmiatore privato, faccenda diversa se sono contenuti all’interno di un fondo comune o di un ETF. Ci sono delle alternative più tranquille? Un’altra possibilità è fornita da alcune obbligazioni quotate sul mercato del LUSSEMBURGO che hanno durata breve appena 18 mesi. Con questo strumento si va a finanziarie società che operano nel campo del credito al consumo in Russia che fatto 100 il prestito concesso al richiedente si coprono con un 130% di garanzie fornite da parte dello stesso. La società ha un tasso di insolvenza molto basso nell’ordine del 4% su basse annua. Questo tipo di investimento però ha due caratteristiche: 1) un taglio minimo di 125.000 dollari (circa 110.000 euro) 2) non è possibile venderlo prima della sua naturale scadenza sebbene siano soltanto 18 mesi. Quindi diciamo che è un’alternativa migliore ai titoli di stato del Venezuela e dell’Argentina con cui ridurre il rischio cambio ma ha delle caratteristiche che non sono alla portata di tutti. Come ultima alternativa ti parlo di quella offerta dal mercato immobiliare americano. Per esempio è possibile acquistare un immobile nel North Carolina con una cifra abbastanza modesta ovvero 70.000 dollari che nel momento in cui scrivo corrispondono a 62.500€ che offre un rendimento da canoni di locazione del 9,3%. Ti starai probabilmente chiedendo, si questa opzione mi piace di più ma… Chi gestisce l’immobile, come si percepisce l’affitto, ecc… Domande sacrosante, ma è molto più semplice di quello che pensi senza dover fare nessun tipo di spostamento. Fidati di questo per il momento non essendo argomento di questo post. Quindi riassumendo prendiamo per buono il fatto che esistono degli investimenti finanziari e non finanziari con un rendimento del 9%-10% su base annua. Andiamo al passaggio successivo:

Perché il rischio cambio non è un problema?

Naturalmente quando si affrontano degli investimenti in valuta estera, è ovvio che ci si espone al rischio cambio. La dimensione di questo rischio va però inquadrata nel giusto modo. Per comprendere bene il contesto nel quale ci stiamo muovendo è necessario innanzitutto inquadrare la situazione da un punto di vista macroeconomico. Il dollaro statunitense è attualmente la valuta di base per la commercializzazione di tutte le materie prime (oro, rame, argento, petrolio, gas, ecc…). Il motivo storico per cui la quotazione di diversi strumenti e materie prime avviene in dollari è una conseguenza del fatto che gli USA hanno sostanzialmente vinto la seconda guerra mondiale. Il principale vantaggio che ne traggono gli USA deriva dal fatto che loro non sono esposti al rischio cambio. Dall’altro lato abbiamo l’euro, moneta rappresentante l’economia del vecchio continente. Attualmente l’Euro ed il dollaro USA rappresentano senza dubbio le valute principali dell’economia mondiale. Il rapporto di cambio tra le due monete ha dei risvolti economici per l’economia americana come per quella europea. Ad esempio un dollaro forte rappresenta un vantaggio per le esportazioni europee poiché i cittadini americani pagheranno di meno i beni importati dal vecchio continente quindi consumeranno maggiori beni importati ovviamente a danno della loro economia interna (se diventa più conveniente comprare un’automobile europea evidentemente verranno acquistate meno automobili americane). Un euro forte, ovvero un dollaro debole farà accadere l’esatto contrario ed in particolare gli europei consumeranno maggiori beni di importazione o comunque espressi in dollari e meno beni di produzione interna. Le conseguenze di queste dinamiche che ho descritto in modo semplice hanno ovviamente un impatto sul valore del PIL delle diverse nazioni e quindi può provocare crescita da un lato e recessione (per usare un termine forte) dall’altro. Siccome nessuno desidera la recessione, il rapporto di cambio tra le due valute è soggetto anche alle decisioni delle diverse banche centrali in particolare della FED (banca centrale americana) e della BCE (banca centrale europea) che attraverso le manovre di politica monetaria (per esempio aumento o diminuzione dei tassi di interesse) provocano delle conseguenze sul rapporto di cambio tra euro e dollaro statunitense.

Quando un grafico vale più di mille parole

Osserviamo con attenzione cosa è accaduto nel tempo. Quello che vi riporto qui sotto è l’andamento settimanale del cambio eur/usd dal 2000 ad oggi.

EurUsd settimanaleDal grafico è evidente che sono stati toccati dei picchi di minimo nel 2000/2001 in cui il dollaro ha manifestato tutta la sua forza portandosi ad un valore di 0,85 dollari per ogni euro (vantaggio per le esportazioni europee) e dei picchi di massimo in cui il rapporto di cambio eur/usd ha toccato 1,60 dollari per ogni euro (vantaggio per le esportazioni americane).
In entrambi i casi, per i motivi spiegati poco sopra, questi valori di cambio sono stati mantenuti per pochissimo tempo trovando subito nelle settimane successive un ridimensionamento del loro valore.
Alle attuali quotazioni siamo all’incirca equidistanti, c’è una leggero vantaggio in favore del dollaro americano. Per raggiungere i minimi degli ultimi 20 anni il dollaro dovrebbe apprezzarsi del 32% contro l’euro mentre per raggiungere i massimi l’euro si dovrebbe apprezzare conto il dollaro del 45%.
L’attuale scenario economico, caratterizzato da una ripresa debole, non permette a nessuna delle due economie un rapporto di cambio a livelli estremi che in ogni caso, come abbiamo appena visto, comunque non sarebbe a lungo sostenibile da una parte o dall’altra.

L’impatto del rischio cambio sugli investimenti in valuta.

Fatte tutte le premesse di cui sopra, andiamo a vedere l’impatto che il rischio di cambio può avere su un potenziale investimento. Per rendere il ragionamento il più verosimile possibile alla realtà ho utilizzato delle semplificazioni pur partendo da dati oggettivi. In particolare le ipotesi su cui ho sviluppato il ragionamento sono le seguenti:
1) L’investimento, per esempio sull’immobile negli USA, ha una durata di 10 anni con un rendimento del 10%;
2) Il valore dell’immobile in questi 10 anni non subisce alcuna svalutazione e nemmeno una rivalutazione seppur poco probabile;
3) Flusso costante dei redditi da locazione;
4) Sviluppo di due ipotesi estreme utilizzando i due valori massimo e minimo raggiunti in questi ultimi 20 anni.

Ipotesi A (Euro forte)

Abbiamo individuato un immobile di nostro interesse, del costo di 70.000$ che al valore di cambio attuale corrispondono a 62.500€ circa. Il rendimento del nostro immobile è pari al 10% annuo, ovvero vengono incassati flussi da locazione pari a 7.000 $ per anno che alla fine del decimo anno sono pari a 70.000$. Supponiamo quindi che alla fine del decimo anno il rapporto di cambio eur/usd sia pari ad 1,60 dollari per ogni euro quindi una situazione estremamente sfavorevole per noi europei in ottica di investimento fatto oggi. Decidiamo quindi di liberarci dell’immobile che abbiamo ipotizzato non aver subito alcuna svalutazione né tantomeno una rivalutazione. Alla fine del decimo anno mi ritroverò quindi con:
– $ 70.000 valore di tutti i canoni di locazione
– $ 70.000 valore dell’immobile
– Totale 140.000$.
Se a scadenza ipotizziamo quindi un rapporto di cambio pari a 1,6 dollari per ogni euro vuol dire che i 140.000$ saranno pari a 87.500€ contro i 62.500€ investiti oggi che si traduce in un rendimento, nella peggiore delle ipotesi, pari al 40% in 10 anni. Circa un 4% annuo.

Ipotesi B (dollaro forte)

Abbiamo individuato l’immobile di nostro interesse, del costo di 70.000$ che al valore di cambio attuale corrispondono a 62.500€ circa. Il rendimento del nostro immobile è pari al 10% annuo, ovvero vengono incassati flussi da locazione pari a 7.000 $ per anno che alla fine del decimo anno sono pari a 70.000$. Supponiamo quindi che alla fine del decimo anno il rapporto di cambio eur/usd sia pari ad 0,85 dollari per ogni euro quindi una situazione estremamente favorevole per chi fa l’investimento oggi. Decidiamo quindi di liberarci dell’immobile che abbiamo ipotizzato non aver subito alcuna svalutazione né tantomeno una rivalutazione. Alla fine del decimo anno mi ritroverò quindi con:
– $ 70.000 valore di tutti i canoni di locazione
– $ 70.000 valore dell’immobile
– Totale 140.000$.
Se a scadenza ipotizziamo quindi un rapporto di cambio pari a 0,85 dollari per ogni euro vuol dire che i 140.000$ saranno pari a 164.700€ contro i 62.500€ investiti oggi che si traduce in un rendimento, nella migliore delle ipotesi, pari al 163% in 10 anni.

Considerazioni conclusive

Sia l’ipotesi A che l’ipotesi B, rappresentano degli scenari estremi difficilmente raggiungibili. Qualcuno diceva che tra due estremi la verità sta nel mezzo. Quindi ipotizziamo che a scadenza il rapporto di cambio sia pari a 1,22 dollari per ogni euro ovvero pari alla media tra il valore massimo e minimo storicamente raggiunti dal rapporto di cambio. In questa situazione i nostri 140.000$ diventerebbero 114.700€ che sono quasi il doppio della cifra che abbiamo a disposizione da impiegare su questo investimento.
Morale della favola il rischio cambio c’è ma, pur esasperando la realtà con i dati disponibili ad oggi, si traduce in un guadagno più o meno rilevante come ho spiegato negli esempi di cui sopra.
Rimane tuttavia sempre valido il principio della diversificazione fra asset finanziari, asset immobiliari, asset valutari ma anche esaminare una diversificazione geografica. Vuoi sapere se questo tipo di investimento fa per te? Contattami, scopriremo insieme se può essere una soluzione idonea alle tue aspettative.

Roberto D’Addario
Consulente Finanziario Indipendente

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