Gestione del patrimonio nella convivenza

Patrimonio nelle convivenze. Coppie di fatto e conviventi, sono solo alcuni termini con i quali vengono identificati dei rapporti affettivi stabili in assenza di matrimonio. La rilevanza di queste nuove forme di nuclei tra persone impone attente riflessioni poiché ci sono degli aspetti soprattutto finanziari in cui la legge è carente.

Perché la legge ha delle carenze normative nei confronti dei conviventi?

Beh certamente non perché gli state antipatici! La maggior parte delle nostre leggi sono state scritte a cavallo della seconda guerra mondiale. In quell’epoca la normalità era una famiglia con almeno 5/6 figli. Erano praticamente nulle o quasi le convivenze, così come i secondi/terzi matrimoni. Oggi nel bene e nel male la società è cambiata. Per dare una idea del fenomeno è sufficiente pensare che le convivenze sono raddoppiate dal 2007 al 2011 mentre il 25% dei bimbi è figlio di coppie non sposate. Quindi con questi dati è necessario porre in atto delle azioni con lo scopo di proteggere il patrimonio nelle convivenze.

Esistono delle conseguenze con il matrimonio?

Aldilà degli aspetti prettamente affettivi, l’istituto del matrimonio è di fatto una specie di contratto. Da questo contratto derivano le relative obbligazioni per i coniugi ovvero oneri e onori. In funzione di quello che stabilisce la legge, anche in assenza di indicazioni scritte specifiche, le proprietà di uno dei due coniugi hanno dei riflessi anche sull’altro. Faccio un esempio. Se anche due coniugi sono in regime di separazione dei beni, in caso di scomparsa prematura dell’uno o dell’altro, in forza dell’istituto del matrimonio ed in qualità di erede legittimo, parte degli averi del coniuge viene trasferito all’altro. Questa conseguenza non avviene sul patrimonio nelle convivenze.

Cosa succede nelle convivenze?

Nelle convivenze, non essendoci alcun riconoscimento formale, succede che paradossalmente le due persone in mancanza di diverse e precise indicazioni sono di fatto estranee e quindi da un punto di vista successorio, per esempio, i beni seguono la linea parentale di origine (quindi genitori e in mancanza di essi fratelli aldilà dei rapporti umani in essere).
Altro aspetto non trascurabile è quello relativo per esempio ai conti cointestati di una coppia convivente. Supponiamo che i due conviventi decidano di mettere i propri averi nella comune disponibilità, ma il convivente A è quello che apporta la maggior parte degli averi mentre il convivente B poco e nulla. Da un punto di vista legale nel momento in cui le somme di denaro, per esempio, confluiscono in un rapporto bancario cointestato automaticamente diventano di pari proprietà di entrambi. Presumo che nella situazione in cui i rapporti siano tutti rose e fiori, problemi non ce ne siano.. I problemi sorgono quando e se dovessero uscire fuori le spine ovvero nella malaugurata ipotesi che alcune circostanze non siano state contemplate che metterebbero a repentaglio il patrimonio nelle convivenze.

Esistono delle soluzioni efficienti che possano colmare i vuoti normativi?

Innanzitutto da un punto di vista successorio sarebbe opportuno predisporre un testamento. È bene ricordare che la legge ammette il testamento olografo ovvero quello scritto di pugno dall’inizio alla fine, in questo modo si evita la situazione in cui il convivente possa essere completamente escluso come erede. Tuttavia è bene precisare che lo strumento giuridico idoneo a tutelare gli interessi economici della coppia di fatto in una possibile crisi è il contratto. Ai sensi dell’art. 1321 del codice civile, il contratto è l’accordo con il quale due o più parti, costituiscono, regolano o estinguono tra loro rapporti giuridici di tipo patrimoniale. Nel caso di un rapporto di convivenza si parla di patti di convivenza con cui regolare i diversi rapporti economici in caso di una eventuale futura rottura. Per esempio è possibile disciplinare in che misura le persone coinvolte debbano o possano contribuire al sostenimento della coppia in modo che non possano essere avanzate richieste risarcitorie future, piuttosto che in caso di scioglimento della coppia il criterio di assegnazione dei beni aldilà di chi li abbia acquistati, prevedere la durata di un eventuale assegno di mantenimento in caso di rottura dei rapporti. Per quanto spiacevole e antipatico possa sembrare, di fatto un contratto sarebbe un atto formale con il quale mettere in atto la protezione del patrimonio nelle convivenze.
Si, lo so che stai pensando che quanto sto dicendo ha un sapore amaro e se vogliamo assurdo perché al cuor non si comanda, ma tali precauzioni servono proprio per colmare un vuoto normativo esistente e per evitare di impelagarsi in spiacevoli situazioni. In fin dei conti è un accordo che viene fatto e poi potrete mettere nel dimenticatoio sapendo però che in caso di rottura la stessa verrà disciplinata in base a comuni regole.

Incapacità di uno dei conviventi

Aldilà dei rapporti strettamente patrimoniali, un altro aspetto che merita attenzione è quando per esempio uno dei partner perda in tutto o in parte la propria abilità psicofisica. Tale spiacevole evento aumenta la sua portata nelle coppie di fatto. Il convivente infatti, non essendo parente e nemmeno coniuge potrebbe trovare numerosi ostacoli per accudire la persona amata. Tuttavia l’ordinamento giuridico italiano prevede la possibilità di nominare da parte dell’interessato un amministratore di sostegno. È ovvio che tale nomina deve essere fatta da persona in grado di intendere e volere e quindi presumibilmente in epoca non sospetta; sta di fatto però che, se viene redatta per iscritto, tale volontà da tenere nel cassetto rappresenta in caso di necessità un ottimo strumento per poter accudire la persona amata.

La protezione del patrimonio nelle convivenze rappresenta quindi un aspetto che per diverse ragioni è necessario disciplinare aldilà degli aspetti prettamente patrimoniali.

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