Banca Marche. Diversificazione del patrimonio finanziario

Banca Marche: una tragedia annunciata,  ma non compresa

Quanto accaduto recentemente ai clienti di Banca Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara e Carichieti mi lascia, oltre che sgomento, molto dispiaciuto per i malcapitati.

I risparmiatori che avevano affidato i propri risparmi investendo in azioni non quotate di queste banche oppure nelle loro obbligazioni subordinate alla fine hanno perso tutto.

Fin dal mese di maggio 2015 avevo richiamato la tua attenzione sul fatto che in caso di fallimento di una banca avrebbero risposto in prima persona anche i clienti.

Banca Marche & co. – Quali sono state le reazioni dei clienti?

In questi giorni ho letto di tutto sui giornali ed i vari social network, come: “Banche ladre”, “Ci hanno derubato dei nostri sacrifici”, “A noi hanno tolto i soldi mentre i manager ne hanno continuati a prendere”.

Una rabbia, una delusione più che comprensibile anche se non sempre condivisibile.

Quando si prendono delle decisioni per il proprio portafoglio finanziario, è sempre bene porsi delle domande sulla qualità del nostro creditore ovvero della società di cui stiamo acquistando azioni (la banca).

Ovvero: per operare delle scelte bisogna comprenderne i rischi. Le banche non sono tutte uguali. Quindi dare fiducia alla banca “A” piuttosto che alla banca “B” fa la differenza e non è vero che “una banca vale l’altra”.

Finora sei stato abituato a credere che le banche non falliscono, ma in qualsiasi mercato sano un’azienda incapace di gestire il suo business ha un unico destino: il fallimento.

Cosa succede in un mercato sano?

Come detto, in un mercato sano quando un’azienda non è in grado di far fronte ai suoi impegni fallisce.

Questo destino può essere evitato soltanto se l’imprenditore fa affluire capitali freschi all’interno dell’azienda.

Non si comprende quindi per quale motivo una qualsiasi banca, il cui management non è stato in grado di gestirla, debba essere salvata a scapito di ignari risparmiatori e per giunta con l’aiuto dello Stato.

La banca è un’impresa e come tale deve stare sul mercato, deve essere ben gestita e non deve avere alcun vantaggio rispetto ad altre forme di impresa.

È sempre così? È questo il modo in cui si è sempre comportata la tua banca finora? Per le banche in esame purtroppo non è andata così.

E se il cliente fosse stato più consapevole del concetto di rischio, probabilmente molte situazioni incresciose a danno dei clienti si sarebbero potute evitare.

Affinché la gestione del proprio portafoglio finanziario abbia un minimo di senso e possa risultare efficace, è evidente l’importanza della percezione del concetto di rischio e di diversificazione.

Il concetto di rischio nella gestione del portafoglio finanziario.

Il rischio, in termini finanziari, è la contropartita che siamo disposti a sopportare a fronte di un rendimento.

Quindi è la probabilità del verificarsi di un evento contrario a quello atteso.

Sul concetto di rischio sarebbe bene sempre ricordare che il mercato non offre mai “pasti gratis”.

Cosa vuol dire che il mercato non offre mai “pasti gratis”?

In termini finanziari vuol dire semplicemente che se un titolo offre di più avrà per forza di cose un rischio superiore, anche se apparentemente non si vede.

Ad esempio, un’obbligazione bancaria di due emittenti diversi non è assolutamente la stessa cosa.

Comprare le obbligazioni di Banca Marche che avevano un rendimento del 12% quando, per esempio, le obbligazioni di Unicredit con caratteristiche simili offrivano un 3% è quanto meno azzardato.

Non occorre un esperto in finanza per potersi porre la semplice ma intelligente domanda: “Perché questa differenza di rendimento?”.

È evidente che gli attori professionisti attivi nel mercato finanziario dispongono di informazioni più approfondite rispetto a quelle di cui siamo a conoscenza noi.

Non serve però saperle perché il prezzo o il rendimento di un titolo sono già una ottima sintesi.

Quindi, perché un operatore professionale presterebbe i suoi soldi a Banca Marche al 12% quando invece per prestarli ad Unicredit chiederebbe soltanto il 3%?

Le ipotesi possono essere solamente due:
1) Banca Marche è molto più generosa rispetto agli altri (molto dubbia e poco probabile).
2) Avendo Banca Marche un rischio molto più elevato rispetto ad Unicredit evidentemente deve essere disposta a remunerare in modo maggiore i soldi che gli vengono prestati.

Però poi sapete come è andata a finire…

Il concetto di diversificazione nella gestione del portafoglio finanziario.

La seconda questione riguarda la diversificazione.

Poniamo che comunque un investitore sia disposto ad assumersi questo rischio.

È perlomeno abbastanza banale porsi il dubbio se mettere tutti i propri averi nello stesso posto.

E qui entra in gioco anche il concetto di avidità e il non considerare mai che le cose potrebbero anche essere diverse da come uno se le aspetta.

Quando a settembre le obbligazioni di Banca Marche avevano un prezzo di 40 rispetto agli iniziali 100 della sottoscrizione, ovvero il titolo stava perdendo il 60%, a diverse persone era stato suggerito: “Vendile!”.

La risposta è stata “No! Io non le vendo! Non posso prendermi una perdita del 60%! Tanto siamo in Italia e le banche non falliscono”.

Ora quelle stesse persone anziché aver perso il 60% hanno perso il 100%.

L’avidità del rendimento finanziario.

Come ci comportiamo quando abbiamo dei soldi da investire?
Oltre che per avidità, tale problematica scaturisce anche dal fatto di non avere ben chiaro i propri obiettivi, ma essere accecati soltanto dal rendimento.

Quindi la dinamica che spesso si verifica quando si è in possesso di un capitale da investire è quella di “fare il giro delle 7 chiese” e sentire quanto ti offrono per i tuoi soldi.

Di conseguenza succede che reputiamo come migliore offerta quella della struttura che ci offre di più.

Se invece partissimo dall’idea che i soldi sono un mezzo ed un mezzo serve per spostarsi dal punto A al punto B, saremmo probabilmente meno accecati dal rendimento, più focalizzati sul rischio e faremmo una diversificazione dei nostri investimenti.

Anche perchè, se io vado dall’oste e chiedo come è il vino, quale sarà la risposta? Ovviamente mi dice che è buono… Quindi se vado in banca e chiedo come poter investire i miei averi, quale sarà l’offerta che mi faranno? Certamente quella più conveniente per loro e spesso non per il cliente…

Ma c’è un fattore che primo fra tutti ti può impedire di commettere degli errori negli investimenti finanziari.

Considerarlo, tenerlo a mente nella gestione del portafoglio finanziario può evitarti un sacco di fregature: è il fattore imprevedibilità dei mercati finanziari.

L’imprevedibilità dei mercati

La finanza non è una scienza esatta.

C’è sempre un margine di errore causato dall’imprevedibilità dei mercati.

Noi abbiamo coscienza e conoscenza di quello che sono le cose oggi, ma non possiamo assolutamente sapere come sarà il futuro.

Proprio per questo è fondamentale mettere in atto un piano di diversificazione ben pianificato.

Ma se sei digiuno di regole e funzionamenti dei mercati finanziari, ti stai assumendo rischi senza una reale consapevolezza; stai demandando le tue sorti all’operatore bancario di turno che peraltro subisce pressioni di budget sugli investimenti da suggerire ai clienti.

Quale può essere una soluzione?

La mia è la consulenza finanziaria indipendente.

Ho scelto di fare il consulente finanziario indipendente perché sono appassionato di finanza.

Credo di poter essere utile a tutte quelle persone che “non sono del mestiere” potendogli offrire un valore aggiunto che non dipende dal prodotto finanziario venduto.

Vedo la banca soltanto ed unicamente come canale per poter accedere agli strumenti finanziari che rispondono alle esigenze del cliente.

Proprio per questo ho scelto di non avere nessun tipo di accordo con le banche, per rispondere solo ed esclusivamente agli interessi dei miei clienti e poterli accompagnare per mano nella giungla finanziaria.

Lo scopo del consulente finanziario indipendente infatti non è quello di rispondere alle pressioni commerciali per la vendita di questo o quel prodotto, ma capire le esigenze e gli obiettivi dei clienti ed aiutarli a realizzarli scegliendo gli strumenti più adeguati.

Il ruolo del consulente finanziario indipendente

Il ruolo del consulente finanziario indipendente serve per evitare situazioni come quelle che si sono recentemente verificate per le sopracitate banche. Ed in particolare:

  • Aiutare il cliente ad identificare i propri obiettivi di vita e quindi finanziari.
  • Evidenziare i rischi connessi alle diverse operazioni finanziarie.
  • Diversificare il portafoglio finanziario dei clienti per obiettivi e rischiosità.
  • Non essere pagato dalla banca, bensì solo ed esclusivamente dal cliente nel suo unico interesse.
  • Non entrare mai in diretto contatto con il patrimonio del cliente lasciando a quest’ultimo l’operatività.

Concludendo ti faccio una semplice domanda: E ora chi sarà la prossima banca a fare qualche brutto scherzo ai clienti? Banca Popolare Valconca? Cassa di Risparmio di Cesena? Banca Carim? Monte dei Paschi di Siena? Banca Popolare di Vicenza? Veneto Banca?

Naturalmente non ho la bacchetta magica per prevedere il futuro, ma le informazioni che trapelano riguardo alcune di queste banche non prospettano un futuro roseo.

Ti invito perciò qualora tu fossi un loro cliente a mettere in pratica i consigli espressi in questo mio articolo.

Se stai muovendo i tuoi primi passi nell’ambito dell’educazione finanziaria, stai certamente camminando verso una strada di consapevolezza.

Una verifica del portafoglio è una routine che offro gratuitamente all’inizio della relazione: non solo non ti costa nulla ma ti potrebbe risparmiare delle brutte sorprese.

Hai dubbi sul tuo portafoglio? Contattami per ricevere un confronto gratuito e senza impegni da parte tua. Valuteremo insieme i rischi, la diversificazione ed eventuali manovre correttive da fare.

Roberto D’Addario
Consulente Finanziario Indipendente

 

 

 

6 Commenti

  1. Caro Roberto, hai dimenticato di sottolineare (ma ritengo sia solo una dimenticanza, vista la serietà e la correttezza che ti contraddistinguono) che molte delle obbligazioni “azzerate” avevano un rendimento che assolutamente non le potevano fare assimilare ad investimento a rischio, come le famose BDM 22/12/2015 sub tv (ribor + 0,90) che negli ultimi trimestri di vita hanno pagato una cedola attorno allo 0,25%(!). Ma questo è un particolare assolutamente secondario che un professionista serio e corretto come te (abituato a promuovere la propria attività spargendo veleno e terrore sulle banche locali in base a “informazioni che trapelano riguardo alcune di queste banche…”) avrà tralasciato, ripeto, per pura e semplice “dimenticanza”.

    • Caro Marco, la ringrazio per il suo interessante intervento. Mi permetta però di farle alcune specifiche:
      1) Il tasso cedolare previsto da una obbligazione non è un indice di rischiosità della stessa. Tanto è vero che nella emissione da lei sottolineata c’è una parolina magica “sub” che vuol dire subordinata. Le obbligazioni subordinate a fronte di un maggior rendimento (almeno teorico) rispetto alle obbligazioni senior offrono minori garanzie in termini di rimborso in caso di fallimento dell’emittente (che poi è quello che è successo!).
      2) La maggior parte delle obbligazioni oggetto di ristrutturazione non erano quotate sui mercati regolamentati e questo impone una conoscenza da parte dell’investitore superiore alla media.
      3) Lei sottolinea negli ultimi trimestri di vita l’obbligazione ha pagato una cedola attorno allo 0,25% parametro del tutto ininfluente poichè il titolo certamente non aveva una quotazione di 100 ma di molto inferiore, pertanto aveva un rendimento a scadenza certamente fuori mercato il che era già una indicazione di rischio. Espresso in altri termini, le obbligazioni di solito vengono emesse a 100 e vengono rimborsate a 100. Pertanto, se il prezzo rimane invariato e l’obbligazione fornisce una cedola dello 0,5% annuo quest’ultimo è il rendimento su base annua. Ma se l’obbligazione ha una quotazione di 40, continua sempre a dare una cedola annua dello 0,5% sul nominale investito, ma a scadenza semprechè l’emittente non fallisca, rimborsando 100 ha un rendimento ben superiore allo 0,5% della cedola riconosciuta sull’importo nominale.
      4) In epoca non sospetta, nell’estate del 2015, quando i titoli obbligazionari avevano già una quotazione molto bassa a diverse persone era stato suggerito di vendere quei titoli. La risposta da parte degli interessati è stata “Ma non posso vendere accollandomi il 40%/50% di perdita (differenza tra quotazione di acquisto e valore di mercato), tanto siamo in Italia ed in Italia le banche non falliscono! Tanto a scadenza comunque rimborsano l’importo investito!”. La responsabilità quindi è solo in parte imputabile all’emittente e a chi per lui è stato il tramite per il collocamento di questi titoli. Nessuno ha la sfera magica per conoscere il futuro ma ci sono tanti modi per evitare brutte sorprese: non sottoscrivere mai investimenti che non si sono compresi fino in fondo, “ascoltare” ciò che dice il mercato, prendersi cura dei propri investimenti riconoscendo talvolta anche di aver sbagliato (vendere in perdita).
      5) Io non sono abituato a spargere veleno e terrore sulle banche locali per promuovere la mia attività come lei ha sottolineato, ma sono abituato a dire la verità che è una cosa ben diversa. Senza fare nomi, così nessuno si offende, quanto io affermo è supportato dalla realtà ed in particolare riportando solo alcune vicende: quasi tutte le banche locali non permettono di poter vendere le loro azioni ed in alcuni casi nemmeno le obbligazioni (in entrambi i casi si tratta di strumenti non quotati sui mercati regolamentati quindi completamente illiquidi e rischiosi) ed inoltre qualcuno è già in odore di aumento di capitale sociale avendo riportato pessimi risultati di esercizio nel 2015.
      6) Le potrei inoltre aggiungere che nessuno dei miei clienti è incappato in situazioni come quella da lei descritta. La potrà identificare come semplice fortuna, i miei clienti però sono abituati ad essere parte attiva nel processo di investimento ovvero a capire e comprendere cosa stanno facendo in termini di investimenti e questo perchè alla base c’è una pianificazione oltre ad essere seguiti quotidianamente da me per cui le cose non vengono mai lasciate al caso.
      Spero con questo chiarimento di aver sanato la mia “dimenticanza” come l’ha chiamata lei ma soprattutto che tali informazioni possano tornare utili a tutti i risparmiatori.

  2. Tutto vero, ma resta il fatto che, come giustamente osservato da Marco, nell’articolo è scritto (testuale): “Comprare le obbligazioni di Banca Marche che avevano un rendimento del 12% quando, per esempio, le obbligazioni di Unicredit con caratteristiche simili offrivano un 3% è quanto meno azzardato”. Questa, come lei sa benissimo, è una falsità. Nessuna di quelle obbligazioni aveva un simile rendimento nominale, quindi, l’accusa di terrorismo informativo le calza a pennello. Se ne faccia una ragione.

      • Pubblicato a dispetto di ciò che pensava e con tanto di risposta. A proposito, io mi prendo la responsabilità di quello che dico e che scrivo ed i miei contatti sono in chiaro… Può fare altrettanto lei… oppure è meglio buttare veleno su altri e nascondersi dietro un nickname? Saluti!

    • Caro Roberto (Brontolo) se lo è scelto lei il soprannome, quindi direi che mai nome fu più appropriato. Come vede, al contrario di quello che lei ha ipotizzato, il suo commento lo pubblico perché al contrario di quello che fanno altri ci metto la faccia e mi prendo la responsabilità in quello che dico. Purtroppo dalle sue affermazioni traspare tutto il comportamento italico. Che piaccia o meno, quando si prendono in esame degli investimenti chi li sottoscrive è responsabile come chi li propone. Però in Italia è molto diffusa la moda di puntare il dito contro gli altri e non prendersi le proprie responsabilità, un po’ come ha fatto lei accusandomi di fare terrorismo. Accusa che ovviamente respingo e inoltro al mittente confermandole ancora quello che le ho scritto ed in particolare che se un sceglie di acquistare obbligazioni con un rendimento a scadenza del 12% rispetto ad altre con caratteristiche simili che offrono rendimenti inferiori ribadisco che fa delle scelte quantomeno azzardate. Questo non vuol dire che non possano essere fatte. Un conto però è metterci il 5% del proprio patrimonio un conto è metterci il 100% del proprio patrimonio. La ringrazio comunque per il suo commento, brontoli di meno e si goda di più la vita!

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